#2

Novembre 20, 2008 by demaquillage

-Beh, ora ho in ballo parecchie cosucce interessanti. Un altro pochino di thè?
Lì per lì l’idea del thè le era sembrata originale.
Ora lo osserva tenere il minuscolo cucchiaino con le dita tozze, impettito nel maglioncino beige, e vorrebbe esplodergli davanti.
Un polmone squarciato sul tavolo, pezzi di fegato spiaccicati contro gli occhialini con montatura easy-chic, un occhio nella tazza, l’altro sparato fuori dal bar, i denti come un fuoco d’artificio tutti intorno.
-Sai, sei davvero cambiata molto in questi anni.
Lei rimane in silenzio immaginandolo guardarsi il maglione zuppo di sangue, terrorizzato.
-Sorridi? Sei sempre bella, eh. Non volevo certo dire che non lo sei. Lo sei.
Ma come ha potuto?
Come è riuscita a fare sesso con quella cosa? L’immagine di lui fra le lenzuola è ora così nitida da farle storcere la bocca.
Osserva la catenina d’oro che spunta dal colletto bianco della camicia.
-Tu anche. Sei diventato un bravo ragazzo.
-Eh, beh. Si cresce, si evolve.
All’improvviso le torna in mente l’ultima notte.
Le grida, la disperazione nel sentirlo così distante, così assente.
I giorni rannicchiata nel letto in camera, a chiedersi perchè. E poi la telefonata di un’amica. L’ho visto in un locale, con una.
-Che fine ha fatto la tipa con cui mi mettevi le corna?
Il cucchiaino gira, gira.
-Non ti ho mai messo le corna.
-Non mi frega, è curiosità.
-Siamo stati insieme due anni e qualcosa. Ora si è trasferita al nord.
-Ti eri innamorato?
-All’inizio sì.
Come sempre.
Quel giorno lei aveva chiuso il telefono in faccia all’amica. Si era vestita e aveva preso la macchina. Voleva raggiungerlo e ucciderlo.
Poi si era fermata al tabaccaio, aveva comprato delle cartine. Sosta al centro sociale.
Era tornata in camera, s’era girata una canna e aveva pianto.
-E tu? Stai con qualcuno?
-No.
-So che convivi.
-E’ un amico.
-Ah. Dai, non credevo.
-Già.
-Mi dispiace per com’è andata fra noi. Chissà, magari se non avessi fatto il coglione…
La frase rimane in sospeso, lui fa un gesto rassegnato con le braccia e riprende a sorseggiare il suo thè.
-Sarebbe finita per un altro motivo. Ora però devo proprio scappare.
Lei si alza, e smette di ascoltare. Può intuire dalle espressioni del suo viso che è dapprima sorpreso, poi contrariato, infine quasi disperato.
Mentre si infila il cappotto vede la sua bocca muoversi articolando parole infinitamente lontane, incomprensibili.
Riesce a ripetere un “Devo proprio andare” ed è già in strada.
Si chiede se quello che sta vivendo è un attacco di panico.
Se è questo il motivo per cui adesso corre, davvero, evitando i passanti e stringendo la borsa al petto.
Corre e sente ogni singola sigaretta aggrappata ai polmoni.
Ansima, senza rallentare il passo, girando gli angoli e attraversando le strade, i giardinetti pubblici, i resti del mercato.

-Non vuoi neanche ascoltarmi?
-No.
-Perchè!?
-Perchè ho capito, ho già capito.
-No, non lo sai. Non puoi saperlo!
-Lo so!
Un sospiro.
Le mani a coprirsi il viso. E’ come sbattere le porte ormai.
-Io ho bisogno di capire. Tu no, io sì. Vuoi aiutarmi?
-No, non mi va. Me ne vado a letto.
-Vaffanculo.
-Vado affanculo.
-Vaffanculo davvero! Vaffanculo!
L’ultimo è isterico, si fa pena da sola. Vorrebbe strapparsi la bocca con le mani e fuggire da sè.
Si accende una sigaretta e le mani gelide le tremano davanti. Scortica lo smalto in gesti meccanici e inizia a piangere quando lui spegne la luce.
Si sveglia sul divano il giorno dopo, sentendolo sotto la doccia.
Sono quelle volte in cui hai pensato talmente tanto all’importanza di svegliarsi ad un qualunque segnale che scatti al primo, vigile.
Si alza e va in cucina, mette su il caffè. Lui arriva in accappatoio, sempre bello. E’ serio. La indica.
-Non voglio litigare.
-Neanch’io.
-Ok.
Lei le porge la tazzina.
-Oggi rivedo quel mio ex, te ne avevo parlato.
-Sì? Ah, sì. Perchè?
-Perchè cosa?
Lui beve il caffè.
-Dico, perchè lo rivedi?
-Così. Ci siamo rivisti per caso, di fretta. Te l’avevo detto.
-Sì, ok. Ok. Io sto andando. Quindi quando lo vedi?
-Dopo lavoro.
-Non ti aspetto per cena, allora.
-Non lo so.
-Ok.
-Ciao.
Esce dopo pochi minuti, le fa ciao con la mano e chiude la porta.

Rallenta il passo di colpo e ha il fiatone come mai prima. Ma è quasi arrivata.
Il sudore le sale tutto insieme in un’ondata di caldo, poi si fredda, si asciuga e scompare al vento, ed è a casa.
Sta per citofonare, invece apre con le chiavi. Sale le scale con calma, apre la porta.
Lui sta suonando la chitarra. Una canzone facile, per rilassarsi, senza spartito.
-Oh? Sei tu?
Lei entra in camera e gli è davanti.
-Già qui?
-Tu sei speciale. Sei diverso, sei un’altra cosa. Come me.
E mi incazzerò sempre, perchè so che di noi non c’è da fidarsi,perchè è sempre lo stomaco a parlare e quando il tuo stomaco dirà alzati e vattene, tu lo farai.

Lui la fissa e lei prosegue.
-E io non voglio che tu vada via. Voglio che resti qui, voglio sapere che resterai qui anche domani, perchè sei casa mia.
-Non ho pensato di andarmene. Mai, fin’ora.
Lei si fa avanti per togliergli la chitarra da dosso ma lui si alza, la posa.
Si abbracciano al centro della stanza e lei non piange, sorride e lui anche. Si baciano i sorrisi.

-Ieri sembravi una pazza.
Lui fuma sdraiato sul letto. Le passa la canna.
-Ieri quando?
-Quando abbiamo litigato. Delle urla fantastiche. Avevo paura di ridere.
-Vaffanculo.
Lui ride.
-Ecco! Vaffanculo dicevi.Vaffanculo!!
Lei gli schiaccia il cuscino in faccia.

#1

Novembre 3, 2008 by demaquillage

Il primo vero suono che sente è il portone che si chiude alle sue spalle.
Una folata di gelo e le mani in tasca, mentre si avvia verso la macchina.
Ha il sapore del dentifricio in bocca e Lui dorme come l’ha lasciato, rannicchiato nel suo lato del letto.
Rimane seduta davanti al volante per un tempo infinito, e torna a se stessa nuda un’ora prima, in piedi fra il piccolo bagno e un letto d’albergo.
Nel silenzio irreale e i respiri lenti, che recupera le sue cose e lo osserva dormire.

Avrebbe voluto essere un’altra.
Avrebbe voluto fare piano e avvicinarsi a quel letto ancora suo.
Il coraggio di decidere per Lui che dorme.
Essere un’altra.
Impetuosa e incosciente, svegliarlo con la lingua lungo il collo e un sussurro, ancora. Facciamolo ancora. E ancora.
Oppure dolce, abbracciarlo mentre apre gli occhi, nell’illusione di un nido caldo. Uno solo, al mondo.
Fare la colazione sdraiati lì e l’amore fra le briciole, come gli altri, ma meglio.
Ridere della spalliera del letto, un tempo attaccata al muro, spostata dall’impeto di almeno mezzo metro.
E poi dirgli io lo so come ti senti, ma facciamo finta. Ti prego, facciamo finta che sarà per sempre indolore.

Ma la realtà è che è chiusa in bagno ad infilarsi i jeans e il cuore impazzisce perchè ogni rumore potrebbe svegliarlo.
Ha il terrore di vederselo sulla porta, con l’espressione del pentito. Sentirlo dire allora ciao, ci sentiamo eh.
Tiene le scarpe in una mano mentre esce, senza voltarsi.

Gli occhi di Lui non lasciano speranza, mai. Opachi come solo chi non crede più.
E’ una consapevolezza acuta questa, che chiude la porta e le tappa la bocca e la spinge veloce giù per le scale.
La solitudine di quell’uomo rannicchiato è l’odore più forte lì dentro.
Persino il sesso a volte si rassegna ad un gesto meccanico, lontano. Sono attimi appena, ma come tuoni gelidi nel cervello.

Guida e lo immagina appena alzato, realizzare che è già andata via.
Si sentirà sollevato, pensa.

Avrebbe voluto essere un’altra per non accorgersene. Per non essere così lucida da sentirsi sola sempre.

Infilato nella cornice dello specchio Lui troverà un biglietto.
“Meglio lasciarsi che non incontrarsi mai.”